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Piccole
storie sui trasporti di Napoli che si riferiscono ad un arco di tempo
che va dai primi Omnibus a cavalli ai moderni mezzi il cui titolo di viaggio è il biglietto Unico. |
Questi Omnibus, una sorta di carrozzoni trainati da cavalli, erano in totale 25 ed assicuravano il pubblico servizio su tre linee ciascuna delle quali era contraddistinta da una tabella dal fondo diversamente colorato e ciò per facilitare gli analfabeti che in quel tempo non erano pochi e forse non avevano neanche i cinque grana per il costo del biglietto. Sfortunatamente per loro, l’ Omnibus non aveva lo staffone e non era possibile attaccarsi dietro come avverrà poi per i tram. Ma questa è un’altra storia che necessita di rotaie che ancora non abbiamo perché gli Omnibus viaggiavano sul manto stradale. La prima linea, la “A”, era quella che aveva più vetture; infatti esse erano ben 21 e stazionavano alla Villa Reale. Di qui gli sgangherati carrozzoni si inoltravano per via Chiaja e, percorrendo la via Toledo e Foria, vie dei ricchi, giungevano fino all’ Albergo dei Poveri. Altre due, invece, appartenevano alla linea “B” e collegavano il Largo del Castello, ove in quel tempo vi era il noto Teatro San Carlino, con Ma come erano fatti questi Omnibus e perché si chiamavano così? A giudicare da una tela di Gaetano Gigante, pittore napoletano operante nella prima metà del 1800, il rosso carrozzone che percorre via Toledo non sembra essere molto confortevole. L’accesso alla vettura avveniva sul retro ed i posti a sedere erano costituiti da due panche collocate lungo le fiancate. Da una cartolina dell’epoca è possibile ipotizzare che vi fosse anche una versione estiva di Omnibus, versione sprovvista di tetto. E veniamo alla etimologia del vocabolo. Sembra che il termine omnibus sia stato usato in Francia per la prima volta per indicare una diligenza a cavalli destinata al trasporto pubblico nelle grandi città (voiture omnibus, vettura per tutti) e che il primo servizio pubblico collettivo a cavalli risalga addirittura ai tempi di Pascal e cioè al XVII secolo. Ma esiste anche un’altra versione che, anche se non convincente, è una storia che vale la pena di raccontare. Circa due secoli fa, un mugnaio francese dopo aver impiantato il proprio mulino alla periferia di Nantes, si accorse che durante la lavorazione delle farine i macchinari utilizzati producevano una notevole quantità di acqua calda, acqua che era un vero peccato sprecarla. E fu così che egli, dopo aver inventato “l’acqua calda”, decise di sfruttarla utilizzandola per un servizio di bagni pubblici e non per lessare le patate, tanto per non rubare l’idea a Mago Merlino, il quale, stanco per le vicende di re Artù, si è dato alla pubblicità televisiva. Purtroppo la lontananza del mulino dal centro di Nantes costituiva un aspetto poco favorevole per cui il mugnaio pensò che una carrozza a cavalli avrebbe risolto il suo problema collegando agevolmente i suoi bagni al centro cittadino. Certo che a quel tempo si doveva essere davvero sporchi se per lavarsi si doveva perfino affrontare un viaggio! Ma dove fissare il capolinea se non nella piazza principale di Nantes? Il caso volle che, proprio di fronte allo stazionamento, vi era una visibilissima insegna del negozio di cappelli del signor Omnes il quale aveva avuto la brillante idea di scrivervi su a grandi lettere “Omnes omnibus”, e cioè Omnes per tutti. Purtroppo qualcuno credette che quella insegna era stava posta lì per indicare quel particolare servizio di linea. A questo punto mi sorge un dubbio: l’intraprendente mugnaio aveva anche pensato di riutilizzare la fredda acqua sporca per impastare le sue “brioches”? Ma forse è meglio piantarla qui e restare in attesa della prossima storiella. Un caro saluto da nonno Nino e scusate d’’e chiacchiere. (Antonio Gamboni) |