Ab Omnibus ad Unicum - di nonno Nino
Piccole storie sui trasporti di Napoli che si riferiscono ad un arco di tempo che va dai
primi Omnibus a cavalli ai moderni mezzi il cui titolo di viaggio è il biglietto Unico.

Omnes Omnibus, ovvero l'invenzione dell'acqua calda
Quello che si tenne a Napoli nel 1845 fu il settimo di una serie di Congressi che gli Scienziati erano soliti tenere nelle varie città della penisola. Anche se Ferdinando II aveva espresso qualche riserbo, il 20 settembre avvenne l’apertura dei lavori in pompa magna alla presenza di tutta la famiglia reale e delle più alte cariche del regno. Tutto fu organizzato alla perfezione per accogliere gli scienziati giunti da ogni parte della penisola e per farli sentire a proprio agio. In quella occasione l’editore Gaetano Nobile pubblicò una splendida guida della città, parlo della celebre opera “Napoli e sue vicinanze”, ed il Magistrato Municipale fece stampare da Borel e Bompard una specie di manuale in cui erano riportati, tra l’altro, tutti gli “omnibus” che circolavano in città.
Questi Omnibus, una sorta di carrozzoni trainati da cavalli,
erano in totale 25 ed assicuravano il pubblico servizio su tre linee ciascuna delle quali era contraddistinta da una tabella dal fondo diversamente colorato e ciò per facilitare gli analfabeti che in quel tempo non erano pochi e forse non avevano neanche i cinque grana per il costo del biglietto. Sfortunatamente per loro, l’ Omnibus non aveva lo staffone e non era possibile attaccarsi dietro come avverrà poi per i tram. Ma questa è un’altra storia che necessita di rotaie che ancora non abbiamo perché gli Omnibus viaggiavano sul manto stradale.
La prima linea, la “A”, era quella che aveva più vetture; infatti esse erano ben 21 e stazionavano alla Villa Reale. Di qui gli sgangherati carrozzoni si inoltravano per via Chiaja e, percorrendo la via Toledo e Foria, vie dei ricchi, giungevano fino all’ Albergo dei Poveri. Altre due, invece, appartenevano alla linea “B” e collegavano il Largo del Castello, ove in quel tempo vi era il noto Teatro San Carlino, con
Sant’ Onofrio alla Vicaria. Lasciato il Teatro San Carlo, l’ Omnibus percorreva la via Toledo fino al Largo del Mercatello (piazza Dante), passava attraverso Port’Alba e si inoltrava per l’angusta via Tribunali fino a raggiungere la Vicaria. Chi conosce questi luoghi che poco differiscono da allora, può immaginare a quali sofferenze era sottoposto il cocchiere oppure, ricordando la “signorilità” di quest’ultimo descritta da un noto poeta napoletano dell’800 in una poesia dedicata appunto al “cucchiere affitto” (cocchiere da nolo), le sofferenze erano degli sprovveduti passanti? E veniamo all’ultima linea, la “C”. Anch’essa aveva due vetturette con stazionamento al Largo del Castello. Esse però discendevano per via del Piliero e, dopo aver superato la Porta del Carmine, si attestavano alla Stazione della Strada Ferrata, in via dei Fossi (oggi Corso Garibaldi). I ruderi di questa stazione, capolinea della prima ferrovia d’Italia, la Napoli-Portici (3 ottobre 1839), sono ancora visibili nei pressi della stazione di testa della Circumvesuviana.
Ma come erano fatti questi Omnibus e perché si chiamavano così? A giudicare da una tela di Gaetano Gigante, pittore napoletano operante nella prima metà del 1800, il rosso carrozzone che percorre via Toledo non sembra essere molto confortevole. L’accesso alla vettura avveniva sul retro ed i posti a sedere erano costituiti da due panche collocate lungo le fiancate. Da una cartolina dell’epoca è possibile ipotizzare che vi fosse anche una versione estiva di Omnibus, versione sprovvista di tetto.
E veniamo alla etimologia del vocabolo.
Sembra che il termine omnibus sia stato usato in Francia per la prima volta per indicare una diligenza a cavalli destinata al trasporto pubblico nelle grandi città (voiture omnibus, vettura per tutti) e che il primo servizio pubblico collettivo a cavalli risalga addirittura ai tempi di Pascal e cioè al XVII secolo.
Ma esiste anche un’altra versione che, anche se non convincente, è una storia che vale la pena di raccontare. Circa due secoli fa, un mugnaio francese dopo aver impiantato il proprio mulino alla periferia di Nantes, si accorse che durante la lavorazione delle farine i macchinari utilizzati producevano una notevole quantità di acqua calda, acqua che era un vero peccato sprecarla. E fu così che egli, dopo aver inventato “l’acqua calda”, decise di sfruttarla utilizzandola per un servizio di bagni pubblici e non per lessare le patate, tanto per non rubare l’idea a Mago Merlino, il quale, stanco per le vicende di re Artù, si è dato alla pubblicità televisiva. Purtroppo la lontananza del mulino dal centro di Nantes costituiva un aspetto poco favorevole per cui il mugnaio pensò che una carrozza a cavalli avrebbe risolto il suo problema collegando agevolmente i suoi bagni al centro cittadino. Certo che a quel tempo si doveva essere davvero sporchi se per lavarsi si doveva perfino affrontare un viaggio! Ma dove fissare il capolinea se non nella piazza principale di Nantes? Il caso volle che, proprio di fronte allo stazionamento, vi era una visibilissima insegna del negozio di cappelli del signor Omnes il quale aveva avuto la brillante idea di scrivervi su a grandi lettere “Omnes omnibus”, e cioè Omnes per tutti. Purtroppo qualcuno credette che quella insegna era stava posta lì per indicare quel particolare servizio di linea. A questo punto mi sorge un dubbio: l’intraprendente mugnaio aveva anche pensato di riutilizzare la fredda acqua sporca per impastare le sue “brioches”? Ma forse è meglio piantarla qui e restare in attesa della prossima storiella.

Un caro saluto da nonno Nino e scusate d’’e chiacchiere.

(Antonio Gamboni)