Ab Omnibus ad Unicum - di nonno Nino
Piccole storie sui trasporti di Napoli che si riferiscono ad un arco di tempo che va dai
primi Omnibus a cavalli ai moderni mezzi il cui titolo di viaggio è il biglietto Unico.

Quattro passi per la città
Per il napoletano, quello DOC che poi significa “non appezzottato”, piazza San Ferdinando è ed è sempre stata piazza San Ferdinando anche se dal 1919, a seguito della vittoriosa conclusione della guerra, fu denominata piazza Trieste e Trento. Per i non napoletani, devo dire che il nome San Fer-dinando trae origine da quello della omonima chiesa costruita dai Gesuiti nel ‘600 in quello spazio allora denominato “Largo di Palazzo”. E, dopo aver ricordato che un fatto simile è accaduto anche per via Toledo mai chiamata via Roma, veniamo all’argomento di oggi.
Siamo nel 1882, la rete degli Omnibus si è arricchita di tante nuove linee e qualcuno ha sperimenta-to che dotando i vecchi carrozzoni di ruote con flangia e facendoli correre su rotaie di ferro, i veico-li sono più confortevoli e più veloci per il minor attrito; una coppia di cavalli è sufficiente a trainare un tram con cinquanta passeggeri a bordo. Questo signor qualcuno ha un nome, Gorge Francis Train, e vive al di là dell’oceano, in America.
Intanto sono comparsi i primi titoli di viaggio, dei minuscoli e pallidi pezzetti di carta destinati nel seguito a prendere colorito ed a riportare informazioni sulla classe e sul percorso.
Ed ora in possesso di tram e biglietto, possiamo fare quattro passi per la città, sì ma a bordo di un tram a cavalli. Saliamo sulla vettura della IV Linea, quella con capolinea in P.za San Ferdinando, nei pressi del famoso negozio la cui insegna in francese
Lo stazionamento in piazza San Ferdinando dei tram a cavalli in una foto del Sommer. Sullo sfondo, l’ingresso degli artisti del Teatro San Carlo
“Musique” ricorda le origini dei proprietari, i Cottreau che tanto hanno dato alla canzone napoletana. Fra le tante, ci piace ricordare Santa Lucia (Sul mare luccica) musicata da Teodoro su versi di Cossovich. Nel frattempo risuonano nella piazza alti nitriti che se fosse stato presente il dottor Dolittle sicuramente avrebbe compreso. Noi possiamo solo intuire che i due cavalli si lamentano perché costretti a fare i loro bisogni strada facendo e ciò non per il profumo sparso nell’aere partenopea ma per la mancanza di privacy. Di contro, però, il cibo è abbondante e non sono costretti a bere acqua in luogo dei pasti come era accaduto tempo ad-dietro ai cavalli di Monsignor Perrelli, prelato molto parsimonioso, anzi piuttosto spilorcio, vissuto agli inizi del Settecento. E poi, questo don Francìs, era mai stato a Napoli? Lo sapeva, lui, che la cit-tà è solo per una piccola parte pianeggiante mentre per la restante è collinosa e bisogna farsi un cu…ore così per trainare il veicolo sulle salite?
Uno schiocco di frusta pone fine alla “equina quaestio” e la vettura si mette in moto. E qui avviene un fatto insolito: ciascun passeggero saluta involontariamente il suo dirimpettaio. “Questa è l’inerzia, signori miei!” Esclama con voce roboante un canuto professore credendo di essere nell’aula di fisica, quell’aula dalla forma ad anfiteatro che molti di noi hanno raggiunto salendo lo scalone della Minerva all’Università di Napoli. E come di solito avviene in casi simili, la vettura si trasforma in un salotto. Chi, avendo capito tutt’altra cosa, dice “cosa c’entra l’inezia, ‘o giovane s’è abbuccato ‘ncuollo ‘a signurina pecché vuleva fa ‘o spuorco!”, riferendosi ad un ganimede in gessa-to blu e paglietta che “aveva salutato” una procace ‘nanninella.
Cartolina con la veduta di Palazzo San Giacomo, un tempo
sede dei Ministeri borbonici, oggi accoglie gli uffici del Comune
di Napoli. Nel fabbricato che si nota sul lato sinistro, oggi
non più esistente, vi era il Teatro San Carlino
Ricordo di aver letto in una vecchia pubblicazione che il tram, una volta partito, non effettuava fer-mate nei luoghi stabiliti ma rallentava soltanto per consentire la salita e la discesa dei viaggiatori. A questo punto mi sorge un dubbio: l’accorgimento serviva a non sforzare i cavalli per l’attrito di pri-mo distacco oppure perché, una volta salutatisi, non era più il caso di far ripetere l’ossequio ai pas-seggeri? Ciò non è dato sapere, ma sta di fatto che successivamente i rallentamenti divennero vere fermate. Evidentemente bastava salutarsi solo all’inizio.
Purtroppo “tempus fugit” e tram no! Durante queste riflessioni, siamo solo giunti in piazza del Mu-nicipio, cioè soltanto dietro l’angolo e dei quattro previsti, ne abbiamo fatto solo uno. Da lontano, sul terrazzo del fabbricato che ospita il “Cafè du Commerce” si scorge un fotografo armato di tutto punto il quale, dietro una gigantesca macchina fotografica montata su treppiede del quale ne fa buon uso, anche perché il Presidente del Consiglio ancora non è stato inventato. Egli sta riprendendo la nostra vettura; credo si tratti di un tedesco, un tal Sommer, venuto a Napoli per documentarne le bellezze. Quella foto, che io propongo in veste di cartolina, non è bella ma interessante. Essa è una delle poche in cui si vede ancora il fabbricato che ospitava il glorioso San Carlino, teatro caduto sot-to il piccone demolitore nell’anno 1884. Ma questo tram è troppo lento, conviene scendere e salire su quello elettrico, cosa che faremo nella prossima puntata in attesa che arrivi l’elettricità.

Un caro saluto da nonno Nino e scusate d’’e chiacchiere.

(Antonio Gamboni)